Ora!

October 14th, 2006

Erano mesi che aspettavo questo momento.

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L’ERA GLACIALE 2 - IL DISGELO.

Mio!!!!!!!!!!!!!

Davvero, ho bisogno di ripetere l’esperienza. Perché non ho mai riso così tanto. Almeno mai avevo osato urlare così al cinema.

Mio!!!!!!!!!!!!!

nulla

October 12th, 2006

Ho una voglia matta di scrivere. Ma invece che esternarla, lascio che resti dentro di me, questa voglia di esprimermi, e che mi riscaldi da dentro. Quando sono preda di questi slanci credo di avere davvero la potenziale capacità di produrre qualcosa di cui andare fiera. Ma poi va sempre a finire che ripiego sull’altra opzione, il tenermi tutto dentro, e lasciare che così quest’ispirazione si dissolva, donando qualcosa, ma solo a me. Quel qualcosa è caldo autocompiacimento.
E non lo condivido con nessuno!!

All art has been contemporary

October 7th, 2006

No. L’arte non deve sempre essere innovativa per essere apprezzata. Non è vero che deve sempre rompere gli schemi per arrivare alle persone.
Non sono d’accordo.
Questo pensavo mentre camminavo nelle sale della GAM di Torino. Guardando alle pareti opere che sapevano essere davvero meravigliose quanto semplicemente orribili. E forse pensando che fossero al contempo belle e brutte stavo semplicemente capendo tutto quello che quest’arte contemporanea mi stava offrendo. Il suo senso profondo. Forse. Perché forse il senso di quell’arte appesa ai muri di quelle sale è proprio quello di corteggiare l’occhio dello spettatore, di piacere, sì, di piacere molto, e poi subito dopo no, in effetti che senso ha una tela rossa con uno squarcio sopra o un neon che mi dice “che fare?”.
Scioccare lo spettatore. Suscitare emozioni contrastanti.
Arte contemporanea, signori miei, arte contemporanea.
E la capisco, lo giuro. Quando mi trovo a contatto con questa Arte non posso dire di non apprezzarla. Sono stata più di una volta alla GAM e tutte le volte che ci torno mica resto impassibile di fronte a quella tela squarciata o al neon che mi chiede che fare.
Però non la condivido appieno.
Perché in fondo se devo scegliere tra la tela e il neon o una bella opera che riproduce la realtà oppure non la riproduce affatto ma comunque il suo autore ha fatto in modo di comunicarmi effettivamente qualcosa e ci è riuscito, allora la apprezzo molto di più.

Perché mica è detto che quando uno si dà alle belle arti abbia meno da comunicare rispetto a quello che squarcia le tele. Posso avere in corpo tutta la frustrazione che voglio ma la mia missione non è squarciare tele.
La mia missione. Poi, per qualcuno evidentemente squarciare tele è terapeutico. Perché in fondo l’arte è terapeutica.

Perché in fondo non va affatto capita. Né deve scioccare il pubblico.
Così è. Ed è per questo che ha un senso.

It’s not me. It’s not me.

September 12th, 2006

“But they couldn’t escape from you,
Couldn’t be free of you,
And now they know there’s no way out,
And they’re really sorry now for what they’ve done,
They were three Wise Men just trying to have some fun.

Look who’s alone now,
It’s not me. It’s not me.”

(James Blunt, Wise Men)

Posso dire che odio quando una canzone si accolla tutti i significati profondi che le ruotano intorno quando la si ascolta per la prima volta e magari ci si sente anche un po’ confusi e commossi? Posso dirlo?

“Got to ask yourself the question,
Where are you now?

Where are you now?”

Estate, null’altro.

September 4th, 2006

Neglecting, neglecting e neglecting. Ho abbandonato questa pagina rosa col lampione per due mesi, lasciandola nella più mesta trascuratezza, mentre la mia vita scorreva senza che nessuna forza mi obbligasse a fissarla per iscritto da qualche parte. Potrebbe essere una di quelle che la mia prof di Cinema chiamava azioni sintomatiche, e cioè il mio corpo di proposito si imponeva di non fissare nulla, lasciamo scorrere.
Cosa ho lasciato scorrere? Un’estate che ricorderò con piacere per certi episodi, e che per altri si è protratta in uno stato di tipica noia valsusina. Cioè fondamentalmente questi due mesi sono stati la mia vita degli ultimi tempi senza l’università e lo stress da pendolare. Con in più qualche rapporto che si è stretto un po’, in un clima di relativa serenità immancabilmente condito da qualche lacrima di frustrazione e delusione, intermezzo dolceamaro fondamentale che mi ricorda che umana sono e resto. Di sottofondo c’erano molto i Gathering, Luca Turilli’s Dreamquest, il live degli Stream of Passion. La sensazione sottopelle era la consapevolezza che anche tutto quello che ho passato sarà pur servito a crescere. Nel barattolo delle cose di cui andar fieri invece ho messo un esame di Filosofia andato sorprendentemente, con protagonista una me in ottima forma che mi conquisto un secondo 30 di fila per questa sessione. E non che nel frattempo non fosse successo nulla di esaltante, l’orgoglio di aver assistito al mio primo mondiale non si è ancora affievolito. La mia generazione al suo secondo Papa e al primo mondiale di calcio. Grosso che segna. Grosso, ancora Grosso. Ad un certo punto sono seduta fuori dal finestrino della Fiesta di Oscar e so solo che sono davvero notti magiche. Poi una parentesi di vacanza, ovvero il week-end metal sul Lago. L’Evolution, e tutte le sensazioni che avevo provato agli Epica che si concentrano fino a diventare linfa vitale. Succede proprio tutto quello che mi ero aspettata, vedo proprio tutto quello che volevo vedere e gioisco per quel concentrato di quella musica che mi piace tanto mista all’atmosfera per cui vado altrettanto pazza. Intanto il tempo passa, se volessi spiegarlo per immagini a questo punto monterei una ripresa accelerata di un cielo azzurro in cui le nuvole si rincorrono velocissime e che altrettanto rapidamente si incupisce fino a passare da giorno a notte. Notte, le stelle, il cielo di Prarotto; movimento di macchina verticale e sotto quel cielo ci siamo io e i miei fratelli, due coperte, una birra, la Fuji settata sui tempi lunghi e una chitarra che giace lì accanto con una corda che vibra ancora. Guardiamo le stelle, guardiamo gli aerei. Gli aerei, Malpensa, un aereo da Londra che riporta nella mia vita, per una settimana, la mia sorella dalla terra dei canguri. E di nuovo si vortica nell’entusiasmo, come se nulla fosse, e forse nulla fu. Nel bicchiere adesso c’è lo Jagermeister, qualcuno lo beve con la Red Bull. Io ho i capelli lisci e prima di spegnere la luce, di sera, leggo Intervista col Vampiro, ma comunque sono cambiata dall’altra volta. Non sono cambiata. Sono cambiata moltissimo. Siamo cresciute entrambe, e questa è la cosa migliore che ci potesse capitare. Un arrivederci, e poi sono di nuovo su un treno, direzione Reggio. Leo Ortolani e gli Angtoria. La sera è un ritrovo con i compagni di Evolution, l’atmosfera forse è più bella del solito. Nel bicchiere ci passa un po’ di tutto, dalla Lapin Kulta al Montenegro, e la serata prosegue tra caccia alle zanzare, musica krukka e discorsi seri sorseggiando Guinness quando ormai è più domani che oggi. Il tempo di riempire una valigia, che sono su un aereo. Sono di nuovo in Polonia e di nuovo subisco quella strana sensazione di straniamento, di nuovo mi sento un’espatriata che si sente a casa in un posto diverso, di nuovo sono preda di quella strana sensazione che ha tutta la voglia di farmi provare quanto mi sento a casa in Polonia e contemporaneamente quanto devo all’Italia. E c’è di nuovo quel sottofondo di morbido compiacimento nel provare quanto faccia piacere a tutti rivedermi anche stavolta. Quanto mi sono mancati tutti quanti e quanto sono mancata io. Stavolta Prababcia riesce a farmi cadere lacrime più amare del solito e forse perché stavolta è sempre più vicina al vero, con quello che dice. E fa male, sono poi pochi secondi di dolore, ma è così sublime che per quei secondi soffro e basta. Che io possa ancora una volta dimostrarle quanto si sbagliava sul proprio conto, ancora una, e poi un’altra, e poi un’altra… Lei e tutti gli altri. Perché in fondo quello che tanto amo del tornare in Polonia ogni volta è la sua costanza immutabile, tutto sembra congelarsi quando parto, per poi rianimarsi e riprendere da dov’eravamo rimasti nel momento in cui faccio ritorno. Ogni volta. Ma faccio ritorno, il peggior viaggio in aereo della mia vita, e sono di nuovo qua, immersa fino all’osso nella mia realtà valsusina. Di sottofondo c’è l’ultimo dei Gathering, mi piace davvero esageratamente, e ci sono anche i Muse. E i Loituma, come in ogni viaggio in macchina che si rispetti. Viaggio in macchina, direzione Beinasco, ovviamente. Stessa storia, stesso posto. Il film, stavolta, è Cars. E io lì, che guardo la solita Valsusa che mi scorre dal finestrino, quella scena che so a memoria, a qualsiasi ora del giorno e con qualsiasi tempo.
Se lo stessi raccontando per immagini, il tempo a disposizione starebbe per finire. Avrei giusto un po’ di pellicola per dire che gli orecchini che porto oggi li ho comprati a Milano durante l’ultima giornata coi Wishers. E che adesso che scrivo ho trovato finalmente le parole per fissare quest’estate trascorsa, che sta sfumando nello studio per un esame della sessione autunnale.
Se lo stessi raccontando per immagini, a questo punto si vedrebbero le mie mani che lavorano sulla tastiera del pc, lo smalto viola sbeccato dalla mia attuale condizione di donna di casa. Le mie mani che si ritraggono, per oggi ho finito. La mano destra che si posa sul mouse e clicca su “publish”.
The end.

A. B.

August 2nd, 2006

Mi ritrovo a leggere un testo di Baricco. Una prefazione ad un romanzo non suo. Quale finezza espressiva. Quale arte della parola. Quale buon gusto nell’esposizione dei concetti.
Poi *flash* sono alla Fnac con Sara. Lei che ribadisce il suo odio per Baricco. Beata lei che può odiarlo. *Flash* sono di nuovo sulla mia poltrona con gli occhi che corrono avidi sulla prosa di Baricco. Io non posso odiarlo. Non posso nemmeno amarlo. Ammiro silenziosa delle pagine di una prosa davvero pregevole. Parole che introducono un romanzo con lo stile di uno che quel romanzo l’ha davvero amato. Parole che esprimono quest’amore. Parole d’amore. Pregevole prosa che scorro deliziata coi miei occhi. Io non odio Baricco, io non amo Baricco. Ma, divorando quelle frasi incatenate tra loro in quell’introduzione al romanzo non suo, mi ritrovo a desiderare di essere una giornalista. Per intervistarlo. Una di quelle cose elitariamente torinesi, tipo un aperitivo seduti a un qualche tavolino di un locale di piazza Vittorio, conversando di letteratura. Io non odio Baricco, io non amo Baricco, infatti ammetterò arrossendo di non aver mai letto nessun suo libro. Sì, ho “Novecento”, sai perché Giuseppe Tornatore, perché Eugenio Allegri. Ce l’ho, sulla mia libreria, è lì da tempo, mai avuto l’impulso di prenderlo e leggerlo. Diciamo che sta lì, in attesa di essere divorato degnamente sotto la spinta della voglia di farlo. In lista d’attesa. D’altronde io non amo Baricco.
Eppure mi ritrovo lì con gli occhi incollati a quelle pagine di introduzione al romanzo non suo e non posso che rimanerne catturata. Pregevole prosa d’amore che mi ha abilmente catturata. E che ha forse il solo scopo, nel mio caso, di accendermi la voglia di farlo, finalmente, di prendere questo benedetto libretto di Feltrinelli, 4 euro con sconto soci, e leggerlo. “Novecento. Un monologo”. Dov’è andata a nascondersi la mia passione per il teatro?
*Flash*. Sono qua sulla mia poltrona che divoro pregevole prosa e sogno di essere la giornalista snob (blasé) che va a intervistare un famoso torinese.
Poi zompo al computer e scrivo questo.
Io non odio Baricco, io non amo Baricco. So solo che stavolta ha lasciato un segno.

ottoluglioduemilasei

July 8th, 2006

“Quelli come noi si chiamano supplenti. (…)
Io sono stata una supplente tutta la vita. Non sono un’Ellen -non ho mai voluto essere un’Ellen, e… no, non sono neanche una Cindy, sebbene i Chuck mi amino. (…)
Il fatto è che stare da sola mi piace troppo.”

(”Elizabethtown”, 2005)

post CI

June 23rd, 2006

Cito Catullo (ma io scrivo post, nn carmi) giusto perché ho soprannominato Catullo e Lesbia i due passeri che quest’estate vivono sul tetto sopra al mio balcone. Catullo è la femmina e Lesbia il maschio, ovviamente, anche se tendo a chiamarli entrambi Catullo.
E sono i soggetti principali dei miei recenti esperimenti fotografici. Quelli che faccio da quando mi sono evoluta, e cioè da quando è venuta a vivere con me la Fuji FinePix s9500!!

E poi sono arrivata a *cento* post su questo mio sitarello.
E ho preso *trenta* di Letteratura Inglese Uno.

Oggi do i *numeri*. Saranno gli effetti dell’addio al nubilato di Cocca ieri sera… ^^

Comunque visto che adesso manca un po’ al prossimo (e ultimo!) esame, oggi mi sono sollazzata guardando un film. “Prime”. Ecco, io li odio quei film che sembra che siano finiti, tutto è bene quel che finisce bene, poi l’ultima inquadratura ti va in dissolvenza in nero e l’inquadratura successiva è un paesaggio che reca la scritta “un anno dopo”. Ecco, a quel punto (quando io sono tutta felice) assisto all’ultima scena -di solito muta o quasi- in cui forse si dovrebbe capire com’è andata a finire e puntualmente io non lo capisco. Anche Prime rientra in questa categoria, sicché posso dire che fino alla dissolvenza in nero mi sia piaciuto. Ma non ho capito com’è finito!
Odio quando la mia stupidità si rivela in modo così lampante. ^^”

What Happens Tomorrow

June 17th, 2006

“Fighting because we’re so close
There are times we punish those who we need the most
No we can’t wait for a savior
Only got ourselves to blame for this behavior

And nobody knows
What’s gonna happen tomorrow
We try not to show
How frightened we are

It would seem lonely
If you were the only
star in the night”

-Duran Duran, What Happens Tomorrow

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This comes straight from my “Aprile 2005″ compilation. I’m listening to it right now, I don’t even remember its tracklist. Songs that had a meaning then, more than one year ago. I’m wondering if they kinda have the same power now. But I promised myself not to analyse, so I think I’ll get back to my books.

And by the way, yes, I’m feeling very uncomfortable in my mother-tongue today, just in case you were wondering.

Bang!

June 16th, 2006

Indecisa tra due sensazioni da provare (troppo diverse tra loro per essere conciliabili dentro un cuore solo) preferisco non pensarci affatto. Non penso. I don’t think, I don’t feel. Poi, però, qualcosina in quella parte della mia mente dove incamero le “cose inutili” si smuove e io mi lascio andare a pensieri che si allontanano troppo dal vero. Forse.
…ritorno sui miei passi, e adesso contali bene…
L’estate è ingranata, almeno lei. Mi faceva un po’ paura Torino in estate, credevo che nn avrebbe retto il confronto con l’inverno, che mi avrebbe sommersa con la sua pesantezza… E invece non è così male.
…ho idea che non mi basti lo scambio di un’opinione…
I miei occhi che si guardano intorno stanno recuperando il loro naturale entusiasmo. Lo sguardo si concede di tornare radioso. Per un pochino. Ma tanto basta.
…ti farò male più di un colpo di pistola…
Tanto basta per fermarmi un attimo e rendermi conto che forse è meglio davvero non pensare affatto. Perché alla fine è sempre la mente a fregarmi, tutte le volte.

***Bang bang, my baby shot me down***