Neglecting, neglecting e neglecting. Ho abbandonato questa pagina rosa col lampione per due mesi, lasciandola nella più mesta trascuratezza, mentre la mia vita scorreva senza che nessuna forza mi obbligasse a fissarla per iscritto da qualche parte. Potrebbe essere una di quelle che la mia prof di Cinema chiamava azioni sintomatiche, e cioè il mio corpo di proposito si imponeva di non fissare nulla, lasciamo scorrere.
Cosa ho lasciato scorrere? Un’estate che ricorderò con piacere per certi episodi, e che per altri si è protratta in uno stato di tipica noia valsusina. Cioè fondamentalmente questi due mesi sono stati la mia vita degli ultimi tempi senza l’università e lo stress da pendolare. Con in più qualche rapporto che si è stretto un po’, in un clima di relativa serenità immancabilmente condito da qualche lacrima di frustrazione e delusione, intermezzo dolceamaro fondamentale che mi ricorda che umana sono e resto. Di sottofondo c’erano molto i Gathering, Luca Turilli’s Dreamquest, il live degli Stream of Passion. La sensazione sottopelle era la consapevolezza che anche tutto quello che ho passato sarà pur servito a crescere. Nel barattolo delle cose di cui andar fieri invece ho messo un esame di Filosofia andato sorprendentemente, con protagonista una me in ottima forma che mi conquisto un secondo 30 di fila per questa sessione. E non che nel frattempo non fosse successo nulla di esaltante, l’orgoglio di aver assistito al mio primo mondiale non si è ancora affievolito. La mia generazione al suo secondo Papa e al primo mondiale di calcio. Grosso che segna. Grosso, ancora Grosso. Ad un certo punto sono seduta fuori dal finestrino della Fiesta di Oscar e so solo che sono davvero notti magiche. Poi una parentesi di vacanza, ovvero il week-end metal sul Lago. L’Evolution, e tutte le sensazioni che avevo provato agli Epica che si concentrano fino a diventare linfa vitale. Succede proprio tutto quello che mi ero aspettata, vedo proprio tutto quello che volevo vedere e gioisco per quel concentrato di quella musica che mi piace tanto mista all’atmosfera per cui vado altrettanto pazza. Intanto il tempo passa, se volessi spiegarlo per immagini a questo punto monterei una ripresa accelerata di un cielo azzurro in cui le nuvole si rincorrono velocissime e che altrettanto rapidamente si incupisce fino a passare da giorno a notte. Notte, le stelle, il cielo di Prarotto; movimento di macchina verticale e sotto quel cielo ci siamo io e i miei fratelli, due coperte, una birra, la Fuji settata sui tempi lunghi e una chitarra che giace lì accanto con una corda che vibra ancora. Guardiamo le stelle, guardiamo gli aerei. Gli aerei, Malpensa, un aereo da Londra che riporta nella mia vita, per una settimana, la mia sorella dalla terra dei canguri. E di nuovo si vortica nell’entusiasmo, come se nulla fosse, e forse nulla fu. Nel bicchiere adesso c’è lo Jagermeister, qualcuno lo beve con la Red Bull. Io ho i capelli lisci e prima di spegnere la luce, di sera, leggo Intervista col Vampiro, ma comunque sono cambiata dall’altra volta. Non sono cambiata. Sono cambiata moltissimo. Siamo cresciute entrambe, e questa è la cosa migliore che ci potesse capitare. Un arrivederci, e poi sono di nuovo su un treno, direzione Reggio. Leo Ortolani e gli Angtoria. La sera è un ritrovo con i compagni di Evolution, l’atmosfera forse è più bella del solito. Nel bicchiere ci passa un po’ di tutto, dalla Lapin Kulta al Montenegro, e la serata prosegue tra caccia alle zanzare, musica krukka e discorsi seri sorseggiando Guinness quando ormai è più domani che oggi. Il tempo di riempire una valigia, che sono su un aereo. Sono di nuovo in Polonia e di nuovo subisco quella strana sensazione di straniamento, di nuovo mi sento un’espatriata che si sente a casa in un posto diverso, di nuovo sono preda di quella strana sensazione che ha tutta la voglia di farmi provare quanto mi sento a casa in Polonia e contemporaneamente quanto devo all’Italia. E c’è di nuovo quel sottofondo di morbido compiacimento nel provare quanto faccia piacere a tutti rivedermi anche stavolta. Quanto mi sono mancati tutti quanti e quanto sono mancata io. Stavolta Prababcia riesce a farmi cadere lacrime più amare del solito e forse perché stavolta è sempre più vicina al vero, con quello che dice. E fa male, sono poi pochi secondi di dolore, ma è così sublime che per quei secondi soffro e basta. Che io possa ancora una volta dimostrarle quanto si sbagliava sul proprio conto, ancora una, e poi un’altra, e poi un’altra… Lei e tutti gli altri. Perché in fondo quello che tanto amo del tornare in Polonia ogni volta è la sua costanza immutabile, tutto sembra congelarsi quando parto, per poi rianimarsi e riprendere da dov’eravamo rimasti nel momento in cui faccio ritorno. Ogni volta. Ma faccio ritorno, il peggior viaggio in aereo della mia vita, e sono di nuovo qua, immersa fino all’osso nella mia realtà valsusina. Di sottofondo c’è l’ultimo dei Gathering, mi piace davvero esageratamente, e ci sono anche i Muse. E i Loituma, come in ogni viaggio in macchina che si rispetti. Viaggio in macchina, direzione Beinasco, ovviamente. Stessa storia, stesso posto. Il film, stavolta, è Cars. E io lì, che guardo la solita Valsusa che mi scorre dal finestrino, quella scena che so a memoria, a qualsiasi ora del giorno e con qualsiasi tempo.
Se lo stessi raccontando per immagini, il tempo a disposizione starebbe per finire. Avrei giusto un po’ di pellicola per dire che gli orecchini che porto oggi li ho comprati a Milano durante l’ultima giornata coi Wishers. E che adesso che scrivo ho trovato finalmente le parole per fissare quest’estate trascorsa, che sta sfumando nello studio per un esame della sessione autunnale.
Se lo stessi raccontando per immagini, a questo punto si vedrebbero le mie mani che lavorano sulla tastiera del pc, lo smalto viola sbeccato dalla mia attuale condizione di donna di casa. Le mie mani che si ritraggono, per oggi ho finito. La mano destra che si posa sul mouse e clicca su “publish”.
The end.